Johanna Peltner-Rambeck
Saggio di lettura

Poesia

Prosa

“Narrare ha a che fare con il ricordare, e ricordare ha a che fare con il dimenticare e il ritrovare – con il lento processo di addormentarsi”.

(Peter Bichsel)

 

Hohenburg 1960/ Collegio 1960

 

I gradini del treno regionale sono un po’ troppo alti per salire a bordo con una valigia e una cartella della scuola, le persone sul binario si spingono, si intralciano le une con le altre. Uno scossone, viene agganciato un vagone, si perde quasi l’equilibrio, nell’orecchio un forte suono metallico e un fischio che piano piano si affievolisce. Meglio mettere la cartella sopra la valigia, bloccarla con il corpo, forse in seguito si troverà un posto a sedere, ma per ora è impossibile, con i bagagli si attraversa lo spazio stretto.

Una porta viene sbattuta dall’esterno, si sentono sbattere più porte, è il segnale della partenza.

Fuori dal finestrino c’è una donna, con gli occhi che scrutano il treno, potrebbe essere una madre. Quando gli occhi si incrociano dentro e fuori, non rimane agganciato niente, né dentro né fuori. Il treno sta partendo.

Si muove secondo leggi imperscrutabili per i passeggeri e indispensabili. Attraversa ampi tracciati di binari. Nel treno di fronte, molto illuminato, ci si dovrebbe sedere, essere un altro, essere un’altra, essere attesi.

Guardare nel quaderno dei vocaboli, bisognerebbe guardare, utilizzare questo tempo, puella non laborat, pensando a quello che si sarebbe dovuto dire, in un modo o nell’altro.

Fuori la campagna è buia, le stazioni sono illuminate, eppure chi mai vorrebbe prendere questo treno? Ci sono volti, arrivano veloci, vanno via veloci, in questa domenica sera in Alta Baviera.

Alla stazione d’arrivo del treno, ci aspetta un taxi collettivo. Va veloce, passando davanti a ristoranti accoglienti, sotto la via Crucis, proprio dritto verso la fortezza di ghiaccio.

Sia lodato Gesù Cristo, silenzio, pane e formaggio, brandina.

 

Giornate ordinarie

 

Svegliarsi di notte e sentire la vescica piena, aspettare che qualcuna si muova nel dormitorio a dodici letti, chiedere a bassa voce se ha bisogno di andare in bagno anche lei. Attraversare l’aula nel grande corridoio del vecchio castello, fino al mezzanino sulle scale di servizio, fa freddo, assicurarsi che la camicia da notte o l’accappatoio non si bagnino. Tornare subito a letto, un improvviso: “Sia lodato Gesù Cristo” potrebbe porre fine alla notte, subito e senza fare storie, doversi lavare sotto la camicia da notte, tirare il lenzuolo, scuotere le piume e dare forma ai cuscini. Poi in chiesa in fila per due, se è così devoto, signor beneficiario, perché sbava in quel modo agli angoli della bocca, una volta dovrebbe girarsi sull’altare e scoprire di essere nudo, completamente nudo sul davanti, e così si vergognerebbe e questo potrebbe cambiare il mondo e qualcosa di nuovo potrebbe accadere, e forse tutto cambierebbe in meglio.

Brodaglia di orzo, pane integrale e marmellata di quattro frutti, solo chi ha qualcosa da spalmare sul pane può fare una colazione buona. Si può avere qualcosa da spalmare sul pane dai parenti o portarsela dalle vacanze. Con qualcosa da spalmare sul pane puoi conquistare amici oppure perderli. E’ impossibile rubare questo tesoro, perché o la sala da pranzo è piena di gente oppure è chiusa a chiave. Le cose da spalmare sul pane sono chiuse nel contenitore della panca, sotto il sedile con il numero fisso assegnato. Uno di questi numeri per esempio è 199, è stampato anche su tutti i vestiti, nella borsa della palestra, nello spazzolino e nel dentifricio e anche i numeri si possono far mettere in fila.

 

 

Accanto all’aula ci sono due dormitori, che sono chiusi a chiave durante il giorno. Di fronte alla porta alta ci sono finestre altrettanto alte, danno sugli alberi alti, sotto c’è un vialetto di ingresso, poi di nuovo alberi. A destra della porta del dormitorio c’è una pedana con la cattedra e una sedia, dietro una lavagna scorrevole e il supporto per le cartine geografiche. Dopo la colazione si sentono le alunne esterne che salgono le scale del castello attraversandone il centro, corrono e scivolano su quadrati di pietra lucida fino all’aula alla fine del corridoio. Sono molto rumorose, le loro voci risuonano nei corridoi, a volte odorano di neve o di stalla per le mucche. Le esterne non hanno numeri, quando arrivano la mattina, la giornata si fa più fresca, a mezzogiorno quando escono, nelle loro cartelle nascondono lettere senza censura, monete per i francobolli, monete per lo sciroppo di mele o il miele artificiale, qualche volta anche un numero di telefono con il compito di chiamare qualcuno.

 

La responsabile di turno sta sulla soglia della porta semiaperta, spia le insegnanti, dà segnali, ognuna va al suo posto, si fa tutte silenzio, la responsabile di turno annuncia l’insegnante che entra e la classe la saluta ripetendone il nome. Quindi inizia la scuola senza “Feuerzangenbowle” 1, con addosso il timore di fare brutta figura, con la speranza di un apprezzamento, il tutto al ritmo del suono gracchiante della campanella. Di nascosto si fanno girare bigliettini, segretamente si ride, si cerca qualcosa nella cartella o sotto la panca. Quando si viene chiamate, ci si deve alzare e parlare, anche se non si ha niente da dire. Quaderno di tedesco copertina gialla, algebra blu, geometria verde, geografia marrone, devi avere tutto, tutte hanno le cose uguali, tranne le esterne, loro hanno tutto un po’ diverso.

Dopo la scuola, tutte in bagno, lavarsi le mani e mettersi in fila per il pranzo, aspettare che la classe sia chiamata e la classe sarà chiamata solo se farà silenzio. Durante l’attesa, mostrare le mani, se si hanno le dita sporche o non si sta zitte, la suora addetta alla sorveglianza non darà la posta. La sorvegliante si mette in piedi davanti ad ognuna e la fissa, picchiettando sul suo petto nero senza seno dove, dietro il tessuto ripiegato, sono infilati i biglietti d’auguri e le lettere. In piedi dietro la sedia, quelli delle panche accanto a chi gli sta di fronte, pregare, recitare, pregare, sedersi.

Chi è di turno in cucina spinge nella sala da pranzo il grande carrello con le zuppiere, ne mette due su ogni tavolo con mestoli abbastanza capienti da riempire un piatto fino all’orlo. Le suore distribuiscono il cibo. Bisogna mangiare tutto. E’ fortunata chi viene servita da madre Adelgunde, perché lei ha le dita delicate e non riempie troppo il mestolo.

Le mani di Adelgunde hanno guanti neri senza le dita, sono rosso cera, sotto le unghie la carne è azzurro chiaro. La punta delle dita si piega leggermente verso l’alto, lei dirige il coro della chiesa, di notte di nascosto va in volo da Santa Cecilia.

Quando la minestra è finita tutti guardano la madre, seduta più in alto, suona la campanella per richiamare attenzione, legge da un pezzo di carta il programma per il resto della giornata, nomina coloro che non hanno rispettato le regole del collegio, legge la punizione. La campanella suona di nuovo, ora è permesso parlare a bassa voce mentre si mangia, tranne che per i peccatori che sono stati nominati.

La suora addetta alla sorveglianza distribuisce la posta e trattiene ciò che è destinato a chi non si è comportata bene. Non è così terribile però, solo il giorno del compleanno lo è, tutti gli auguri restano nel vestito della suora, e quello diventa un giorno di dispiacere, non di festa!

 

Suono di campana “Silencium”:

 

Benedici, Padre, noi e questi doni che stiamo per ricevere come segno della tua bontà.

Dopo cena c’è un’ora di ricreazione, a meno che non si abbia il turno per lavare i piatti. I piatti si lavano nel corridoio davanti alla sala da pranzo in enormi bacini di pietra. Chi è piccola prende uno sgabello, a ognuna viene legato in vita un grembiule duro e bianco di gomma.  Chi è di turno non deve partecipare alla ricreazione, ma può trascorrere nel parco del castello il tempo che gli rimane. Nei mesi con la “r” non è consentito sedersi sulle panchine, è consentito solo passeggiare sui sentieri 2. Le altre invece, tempo permettendo, camminano in fila per due intorno al laghetto del castello o giocano a palla prigioniera. Se piove giocano lo stesso, però in palestra. Chi non viene scelto non è nessuno. Scale gerarchiche ovunque, su o giù senza ringhiere.

Dopo si studia sui banchi, si fanno i compiti, si fa silenzio, non si copia.

Non si può nemmeno sbirciare per capire a quale pagina del libro si è, da dove a dove e come?

Un uccello su un albero, e poi?

Pausa, cioccolata diluita e treccia di pan brioche raffermo in sala studio e in classe, il dormitorio con i bagni è stato aperto, chi vuole la cioccolata prende la tazza dello spazzolino da denti, beve, la riporta indietro e la risciacqua, il dormitorio viene chiuso di nuovo.

Continuare i compiti, alle brave alunne è permesso dipingere o leggere.

Un’ora prima di cena di nuovo ricreazione. Aprire tutte le finestre, mettere via le cartelle, appenderle ai ganci delle panche, unire due panche insieme, conquistarsi un tavolo per quattro con le amiche del cuore e non fare chiasso. Il “tavolo” che fa meno chiasso e ha messo in ordine per primo può scegliere il gioco con cui iniziare. 

Shangai, mulinello, non t’arrabbiare.

Poi la cena, le cose più asciutte non vanno giù, formaggio fresco rinsecchito con patate bollite o pane integrale con formaggio Edam senza burro. Meglio non bere nulla, per non dover andare in bagno di notte. Masticare in silenzio, fare le brave, nessuna vuole essere spedita a letto prima del tempo, o attraversare la classe in vestaglia mentre le altre ascoltano le storie delle vite di brave persone, come quella ragazzina di nome Bernadette. Canto serale, spogliarsi, indossare la camicia da notte, lavarsi i denti, lavarsi il corpo, il tutto facendo attenzione a non guardarsi le une con le altre.  Le mutande e il vestito, il grembiule della scuola colore blu colomba, le scarpe, tutto è disposto e riposto in modo ordinato, viene adagiato sopra e sotto la sedia ai piedi del letto. Sdraiarsi, mani sopra la coperta, anche d’inverno.

“Sia lodato Gesù Cristo” – “Sempre sia lodato”, la luce viene spenta, quiete notturna.

Assoluto divieto di parlare, al più piccolo rumore il fascio di luce della torcia della sorvegliante passa sui letti. Fare finta di dormire. 

“Weißt Du wieviel Sternlein stehen an dem großen Himmelszelt? Weißt Du wieviel Wolken gehen, weithin über alle Welt? Gott der Herr hat sie gezählet, dass ihm auch nicht eines fehlet.” 3

Il buon Dio non ha nessuna voglia di sentire ciò che si dovrebbe confessare, gli dà fastidio, solo il beneficiario vuole sentirlo. Chissà se a Dio piace il beneficiario?

Il venerdì pomeriggio le alunne vengono interrotte nei compiti a gruppi di quattro e chiamate per fare la doccia, quindi per loro salta la ricreazione. Oltre all’accappatoio e alla borsa per il bucato bisogna prendere il sacco con la biancheria sporca dal comodino. Lo si getta in un carrello di metallo nell’anticamera delle docce. Solo la biancheria che ha il numero viene lavata, il resto viene restituito non lavato. Se si mette nel bucato qualcosa di troppo sporco, come un paio di mutandine bagnate di pipì, la suora addetta al lavaggio lo riferisce alle madri e si viene convocate per un colloquio. Per questo occorre che una mutandina così venga lavata di nascosto in bagno nella bacinella del bucato a mano con l’acqua fredda, strizzata per bene e infilata in una manopolina di spugna asciutta. Si deve nascondere la manopolina fino a quando non viene aperto il dormitorio. Poi si fa finta di sistemare il letto e la si mette sotto il materasso sulla rete metallica ad asciugare. Più tardi si potrà inserire nel sacchetto della biancheria, con grande sollievo.

Quattro docce una accanto all’altra con uno spazio davanti per spogliarsi, uno accanto all’altro, senza potersi vedere, solo la suora addetta al lavaggio vede tutte. Regolare i rubinetti fino a che l’acqua non sia troppo calda o troppo fredda, insaponare la testa e il corpo, più veloci signorine, risciacquare, chiudere l’acqua, aspettare che arrivi la suora con la manichetta dell’acqua fredda. Il getto forte dai piedi verso l’alto. Brividi di freddo, brividi quando la suora colpisce la parte superiore tra le cosce.

 

Il sabato pomeriggio le suore non si vedono in giro, scompaiono attraverso una porta di legno scuro e vanno in clausura. Territorio assolutamente vietato per tutte coloro che non appartengono all’ordine. Anche le prove di coraggio finiscono davanti a questa porta. Il sabato dopo pranzo ci sono solo persone “mondane”, hanno il compito di mantenere l’ordine e organizzare qualcosa di “bello”, come lavoretti manuali o una gita. Ma prima controllano le cartelle, gli astucci, i comodini, gli armadi nel corridoio. Beh, se è la signora Hösl a farlo, lei è precisa, ma anche gentile. Dire “Questo si dovrebbe migliorare” è sempre meglio che svuotare un intero scomparto buttando tutto a terra con un solo movimento del braccio, come fa la cafona. La cafona è grande e grossa, ha gli occhiali da uomo con lenti per miopi che gli stanno storti in faccia, la cafona non si sposerà mai, proprio come la signorina Hösl.

 

La cafona guarda dappertutto, trova anche le mutandine nascoste nella parte anteriore degli stivali, dà alle ragazze nomi nuovi, spesso per un intero pomeriggio chiama qualcuna maialina.

La signorina Hösl organizza una caccia al tesoro lungo il fiume Isar con compiti e indovinelli, chi vince avrà il cioccolato. Poi tutte cantano “Stella alpina, stella alpina” e alla signorina Hösl vengono gli occhi lucidi. Quando sarà sposata, dice, non verrà più al castello, perché allora dovrà cucinare e avrà un giardino e forse anche un bambino. Il sabato sera dopo cena è l’ora delle vendite. Con la porta della camera aperta, la madre siede dietro un tavolo con dolci, articoli da bagno e cancelleria. Tiene traccia delle paghette. A seconda di quanto i genitori hanno versato, le loro figlie potranno acquistare qualcosa. Le cose più popolari sono le caramelle morbide, teste di moro, spirali di liquirizia e bustine di polvere frizzante.

Si possono scegliere solo due cose. Non si sa se mangiarli, scambiarli, o conservarli come valuta.

 

La domenica ci si sveglia più tardi, si indossa il vestito buono e si va a tutte a messa a digiuno. Oh Signore, non son degno di partecipare alla tua mensa, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa. Il Cristo si attacca al palato delle bambine e non si stacca, adesso non bisogna pensare a niente di cattivo, almeno non finché lui è lì, non pensare a niente, non poter ridere se un chierichetto rimane incastrato con l’orlo della gonna, Gesù perdonami, desiderare di essere pia al pari di Lieserl della scuola di economia domestica, che indossa già un piccolo velo da suora, voler essere brava e operosa, non pensare a cose tipo cosa succederebbe di terribile se si leccasse il water prima della messa e poi si prendesse la comunione, succederebbe una cosa terribile, Gesù non lo perdonerebbe, prima si farebbe sputare fuori con un colpo di tosse, poi tutti i denti marcirebbero, non bisogna pensarlo, non bisogna pensarlo. Ma lui lo sa già, perché conosce tutti i pensieri. Maria è triste, dice “ahi ahi” e mette la mano sulla testa della bambina perché si calmi. Non vuole che la bambina canti con le altre “Salve stella del mare”, vuole che stia in silenzio e che rimanga calma. La bambina muove le labbra, fa finta di cantare, in modo che le suore non si accorgano che Maria non vuole.

 

 

 

Dopo la messa c’è la prima colazione: caffè dolce di malto con latte e treccia di pan brioche fresco, buono.

Poi si può leggere in classe o scrivere lettere ai parenti. La bambina ha un foglio davanti a sé: cari genitori, ho preso un cinque, ma un cinque più. Qui il tempo è bello, questo pomeriggio possiamo passeggiare intorno al laghetto del castello. A causa delle macchie d’inchiostro e della cattiva scrittura, la bambina deve riscrivere la lettera, altrimenti la madre non la spedisce.

La lettera è finita, anche la bambina è soddisfatta, ci dipinge sopra un bordo di fiori. Vuole fare uno sforzo, rendere tutto migliore d’ora in poi, forse non è poi tutto così male. Anche quella cosa con Gesù, alla fine era solo pensata. A Dio probabilmente non importa comunque, dopo tutto lui è l’altissimo, non lo si può offendere, perché non è morto per gli uomini.

 

Quando le bambine sono malate, vanno in infermeria. Stanno in un mezzanino della clausura, è un posticino caldo e accogliente. Quattro letti, quadri di montagne innevate e cascate, un cestino con libri a scelta per le bambine che vogliono leggere. Nel cesto c’è anche Pippi Calzelunghe. Con Suor Martha si può leggere Pippi Calzelunghe, ma con Suor Canisia no, perché Pippi dice troppe bugie. Il cibo in infermeria è molto meglio, ma se non si è veramente malate e si fa solo finta di esserlo, è meglio non mangiare molto, in modo che suor Martha non se ne accorga.

La febbre si può simulare. Bisogna strofinare la punta del termometro contro la coperta di lana, se lo si strofina troppo forte bisogna scuoterlo di nuovo, 38,2 va bene. Quando arriva il medico, bisogna sforzarsi di sembrare malate, strofinarsi gli occhi per farli diventare rossi, strofinarsi le mani, strofinarsi la fronte, trattenere il respiro, prima che ti senta il polso. Sebbene suor Martha abbia detto che secondo lei tutte le bambine hanno solo il mal di scuola, gli dà comunque l’infuso di uva orsina. E’ sempre meglio essere malate insieme a qualcuna della classe, altrimenti è noioso, ma se deve essere per via della scuola, si va anche da sole, anche d’estate, quando si potrebbe andare a fare il bagno con la signorina Hösl.

Tutte quelle del convento che si chiamano suore hanno il copricapo bianco e non sono così severe come le madri con il copricapo nero.

Le madri insegnano, le suore no.

 

Suor Ancilla pulisce e accende le stufe esterne delle aule nel corridoio del castello. Non risponde, quando la si saluta, annuisce soltanto. Ancilla trascina un enorme cesto sul pavimento di pietra, scuote le griglie delle stufe, butta dentro la legna, apre e chiude gli sportelli di ferro.

 

Quando si va in bagno verso le quattro del mattino, Ancilla sta già spalando la cenere nel suo secchio di latta. Se non sei brava a scuola e non sei bella, devi entrare in convento e diventare Ancilla. Ma meglio di no, ti prego no, meglio andare in America un giorno, magari con una famiglia che ha un cane come Lessie, e guardare la TV sul divano e non spaccarsi il collo in sala da pranzo perché la TV è appesa in alto e si è costrette a guardare il concilio. Che noia, il papa prega sempre con i chierichetti adulti. Chissà se gli uomini in Vaticano indossano tutti tuniche color rosso e oro. Forse non tutti, a Lengries i cattolici hanno anche tuniche normali, o addirittura costumi tradizionali. E per la cresima? Sicuramente lì a Roma i vestiti delle ragazze italiane non sono neri con il colletto all’uncinetto ma più colorati. Comunque, se con l’America non dovesse funzionare, allora che sia l’Italia, vendere gelato al Lago di Garda, questo sarebbe bello. Si potrebbe scappare fra qualche anno, adesso non ancora, bisognerebbe prima assomigliare un po’ di più a una donna. Ma si potrebbe già cominciare a prepararsi, esercitarsi per bene – dimostrare a se stesse e a loro che si può essere forti, specialmente in quelle cose che agli adulti non verrebbero neanche in mente.

 

Sgattaiolare di notte lungo il corridoio dietro l’Ancilla è una prova di coraggio, di nicchia in nicchia fino alla scala principale, per poi tornare indietro in silenzio. Ma è una prova di coraggio ancora più grande prendere la scala principale per il piano terra. Giù, oltre la pesante porta di legno della sala, le cui finestre scure inseguono la bambina lungo il percorso, a destra dietro l’angolo, dietro le enormi stufe di maiolica, fino alla legnaia. Prendere rapidamente un ciocco di legno come prova del crimine e tornare indietro! Questa volta no, arrivano dei rumori dal settore/ala/tratto/ della clausura, la bambina si ripiega nella nicchia dietro la fredda stufa di maiolica e trattiene il respiro. Nessuna delle suore che passano per andare in chiesa se ne accorge. Poi tutto si fa di nuovo tranquillo, la bambina rimane impietrita a lungo.

Vorrebbe camminare, ma le gambe non ce la fanno, qualcosa di caldo le percorre fin dentro le pantofole. La bambina non conosce la strada per tornare, non vuole più fare prove di coraggio.

Chi ha paura dell’uomo nero? Ma se arriva, scappiamo via. La bambina non vuole più fuggire da un branco di Krampus 4. La bambina non vuole più cadere, non vuole che altri bambini cadano su di lei e la calpestino urlando di paura, non permetterà mai più alle creature con la faccia nera e la pelliccia di scuotere le catene e di usarle per colpire le gambe delle bambine, mai più una catena colpirà l’orecchio di una bambina che giace a terra. Mai più San Nicola accompagnato da questi figuri farà vergognare le bambine nella palestra chiusa a chiave. Mele, noci e mandorle, tieniti i tuoi doni, non sei il santo che ama e salva i bambini, tu sei il beneficiario.

Quando i cattolici sono malvagi, poi si confessano ed è come se non fosse successo niente. Ecco perché mentono e sono ipocriti. In caso di matrimonio misto solo i cattolici mentono, i protestanti no perché non si possono confessare. Così quando dicono una bugia o fanno qualcosa di ancora più grave, allora sono tristi. Una madre sta seduta al crepuscolo, fuma una sigaretta e non sa come andare avanti. Mamma! Papà, la bambina non vuole più stare al castello. Ma non si può fare niente. Forse sarebbe diverso se si trattasse di un altro bambino.

C’è una macchina davanti al castello, sembra la macchina del padre. La bambina sta in piedi alla finestra e guarda in basso. “E’ ora di fare i compiti” dice la sorvegliante, quindi non si guarda più fuori dalla finestra, si guarda nel quaderno. Quando arriva la pausa, la macchina non c’è più. Durante la settimana non sono previste visite, a meno che le suore non decidano di convocare i genitori per dir loro quanto è pigra la loro bambina. 

Bisognerebbe approfittare di queste occasioni. La bambina sente “Per aspera ad astra”, sa che questo significa più o meno: occorre attraversare le difficoltà per raggiungere le stelle oppure occorre attraversare il buio per raggiungere le stelle. La bambina a scuola impara che le stelle sono lontane anni luce.

 

La cosa che piace di più alla bambina è andare al coro, è brava a cantare. La sua voce è molto vicina a quelle delle altre, nel canone è lei che trascina il gruppo e tutte le altre le si affidano. Le canzoni divertenti fanno ridere, e con i canti solenni è come se la stanza si illuminasse. Più la bambina è felice di cantare “grande Dio ti lodiamo”, più il buon Dio se ne compiace, non è indifferente a questo canto.

Non è neanche indifferente quando una bambina viene trattata ingiustamente. Lui lo tiene a mente e quando arriva il momento fa giustizia. Di questo la bambina è abbastanza sicura, solo le piccole cose non interessano a Dio. Il padre e la madre non si preoccupano delle ingiustizie che la bambina racconta di subire, loro non aiutano la bambina, dicono solo che c’è sempre un motivo quando si è coinvolti in qualcosa, e il padre dice che ora lei deve essere ancora più brava per dimostrarlo a tutti. Ma la bambina non vuole dimostrare niente a nessuno, si sente sola. E’ completamente sola soprattutto quando lei stessa non capisce perché viene trattata così.

 

Giorni insoliti

 

La bella del professionale è stata cacciata, buttata fuori, alle più piccole del ginnasio lei piaceva molto, sorrideva sempre come una donna, essere come lei, essere vestita come lei, avere un’acconciatura come la sua, questo era un sogno, e poi lei sapeva cantare “hey baby” e schioccare le dita. Come mai all’improvviso a metà dell’anno scolastico non c’era più? Era stato a causa della storia della carota. L’aveva rubata e mangiata? O aveva un coniglio nel parco del castello, o aveva detto a una suora: testa di carota?

Interrogatori incrociati – le bambine, che hanno fatto molte supposizioni, di notte vengono tirate fuori dal letto, accusate di rovinare le compagne di classe, minacciate che tanto verrà fuori tutto e i poveri genitori saranno di nuovo tristi, perché non solo siete così pigre a scuola, ma in più anche questo! 

Cosa? E questo cosa c’entra con una carota? Dopo tre giorni di interrogatori notturni, la bambina scopre qualcosa in più. È tutto così chiaro e imbarazzante che lei si vergogna di aver avuto in bocca la parola carota. In quei giorni aveva sangue nei pantaloni, era così marrone che all’inizio non sembrava sangue, e la ragazza andò in infermeria da suor Marta a prendere delle pastiglie di carbone vegetale. Dolce Suor Marta, hai spiegato tutto splendidamente, che le donne devono sanguinare per poter avere figli, e che non si devono avere figli senza matrimonio, perché a Dio non piace. La bambina poi ha scritto una lettera alla madre con una bella calligrafia, raccontandole cosa era successo, e la madre ha risposto con una lettera dicendo che aveva pianto tanto perché la bambina era diventata una donna. 

 

È un bene che queste lettere non esistano più.

 

 

 

 

Note a piè di pagina

 

  1. Fa riferimento a una nota commedia tedesca del 1944 che tratta temi inerenti alla scuola, in Italia il film è uscito col titolo “Professore, voglio Eva”.
  2. In tedesco i mesi che contengono la “r” sono quelli più freddi, da settembre ad aprile.
  3. Famosissima canzone per bambini tedesca, il significato è: se si chiudono forte gli occhi, innumerevoli stelle lampeggiano, il Signore Dio le ha contate perché non ne manchi neanche una.
  4. Nella tradizione tedesca demoni alla ricerca di bambini cattivi